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La noia alimenta il male?
Forse sì.
La voglia di evadere dalla routine quotidiana, l’assenza di stimoli e di valvole di sfogo possono generare il desiderio rabbioso di riversare i propri istinti repressi nei confronti di qualcosa. O qualcuno.
Lo racconta in maniera cruda ma leale P.G. Daniel nel brano “Calogero”, tratto dal volume “I confini del male”.
Calogero è un uomo solo, fragile, anziano, soprannominato “lo scemo”: la vittima perfetta per le angherie di un gruppo di ragazzi di un paese come tanti.
Non perdono occasione per vessarlo, con agguati in strada e spedizioni punitive nella sua abitazione, colpendolo con una violenza inaudita solo per il gusto di fare qualcosa di diverso, e per anestetizzare quell’insopportabile noia con cui si trovano a fare i conti ogni giorno.
Un branco che non lascia scampo alla sua vittima, le cui disperate richieste d’aiuto rimangono inascoltate.
I ragazzi filmano le loro bravate, immortalano con i cellulari il dolore e la sofferenza di Calogero: si divertono, condividono orgogliosi quei filmati su Whatsapp. Fino al tragico epilogo.
Ventitré racconti ispirati a recenti casi di cronaca italiana, ventitré vittime uccise da ignoranza, noia e superficialità, nell’indifferenza generale.
Ma è davvero così semplice far finta di non vedere e non capire?
Ci vuole così poco a distogliere lo sguardo dal dolore altrui?

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