Quello che avete letto è un passaggio del romanzo “Io sono bipolare” di Paolo Bogliacino, a cui nel 2011 è stata diagnosticata la sindrome bipolare di tipo 1, causa di sei ricoveri psichiatrici e tre trattamenti sanitari obbligatori.
“Io sono bipolare” è un atto di coraggio. Non perché romanza la sofferenza, ma perché la guarda in faccia e la attraversa, restituendola senza retorica.
Bogliacino ci chiede di fare lo stesso: di leggere la sua storia senza pregiudizi e senza ipocrisia.
Chi si confronta con una condizione psichiatrica spesso si ritrova a combattere non solo con il proprio malessere, ma anche con lo sguardo degli altri, che appiattisce la complessità di essere umani e che ghettizza.
Ma le persone non sono le loro patologie: spesso siamo portati a identificare un individuo con la sua malattia, fisica o mentale, dimenticando che dietro ogni etichetta clinica c’è una storia complessa, fatta di relazioni, esperienze e contraddizioni. C’è vita, prima di tutto.
È per questo che le parole che usiamo per pensare e parlare di salute mentale hanno un peso enorme. E non si tratta di essere “politicamente corretti”, ma solo umanamente attenti.
“A differenza del passato, oggi non sono affatto convinto di essere guarito e forse neanche di essere malato, so che tra le mie caratteristiche ci sono rischiose possibilità di impazzire, come la mia storia insegna. Ma ho promesso al me di allora di non toccare nulla di questo racconto, come se non fossero parole mie.”
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