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Si pensa che il primo nucleo umano ad aver iniziato a raccontare siano stati i Neandertaliani.
A celebrare una tale supposizione archeologica c’è anche il celebre neologismo “Meandertale”, coniato da James Joyce nel “Finnegans Wake”, contrazione di “meandro” e “racconto”, che finisce per ricordare volutamente il suono di Neandertal.
Sì, perché è molto probabile che proprio così siano iniziate le prime narrazioni, all’ingresso di qualche caverna a fine giornata, magari intorno a un fuoco, quando uno del clan, presumibilmente il più ciarliero, si levava in piedi tralasciando per qualche attimo la cena con l’intenzione di rievocare la battuta di caccia che in giornata aveva visto protagonisti lui e i suoi compagni, in modo da fornire un risalto motivazionale a un’attività tutto sommato routinaria.
Fu poi l’Homo Sapiens, con la capacità di astrazione che lo contraddistingueva rispetto a tutti gli altri ominidi, a perfezionare man mano la tecnica del racconto sino a esulare dal semplice resoconto della realtà e spaziare con la fantasia ben al di là dei fatti concreti e quotidiani.
È così – possiamo immaginare – che il piacere del racconto ha superato la funzione iniziale di blando intrattenimento all’ora dei pasti collettivi per caricarsi di un potere evocativo che, nei casi migliori, lo ha reso la forma d’arte forse più completa.
Un buon narratore sa condurci in luoghi nei quali neppure lui è mai stato, toccando quella sensibilità che accomuna tutti gli appartenenti al genere umano.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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