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Il segreto della metafora, com’è noto, è trovare una rassomiglianza convincente tra due oggetti del discorso apparentemente inconciliabili.
Oggi ci occuperemo di un peculiare tipo di metafora: la catacresi, o “metafora morta”.
Si ha una catacresi quando la metafora perde il valore retorico iniziale e serve solo a designare quel particolare elemento.
Per fare un esempio, abbiamo perso la memoria di quando il “cavallo” dei pantaloni prendeva nome per metonimia dall’animale su cui quella parte dell’indumento si appoggiava.
In un periodo storico nel quale l’ippica non gode più della diffusione di un tempo, serve ormai a indicare il pezzo di stoffa che copre il perineo.
Così avviene per le “gambe” del tavolo, per la “madre” e la “figlia” nelle prese elettriche o, ancor più, nello stesso campo, per quanto riguarda il “maschio” e la “femmina”, di chiara allusione sessuale.
La metafora morta senza dubbio più interessante è la parola “cuore”, quando viene impiegata non già per riferirsi alla valvola cardiaca, bensì ai sentimenti.
Nei tempi antichi, quando non si capiva bene dove avessero luogo le emozioni all’interno del nostro corpo, e non era affatto chiaro a cosa servisse il cervello, cui spesso i proto-medici attribuivano funzioni del tutto secondarie, si tendeva a disseminarle per i vari organi.
Si pensava che nel fegato risiedesse il coraggio, per cui tutt’oggi si dice “Quel tizio ha del fegato!”, e nella milza la malinconia: basti solo ricordare lo “spleen” di Baudelaire.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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