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Questa volta tratteremo di una figura retorica piuttosto insidiosa. Molti pensano di padroneggiarla, non rendendosi conto che ciò di cui fanno sfoggio è in realtà qualcosa che un po’ le somiglia, pur differendone sostanzialmente.
Stiamo parlando dell’ironia.
A tal proposito, è facile che tornino in mente politici o showmen che nel corso degli anni si sono vantati di possederla, pur essendo, a conti fatti, poco più di barzellettieri.
L’ironia è la più complessa delle figure retoriche, sia da spiegare che da adoperare. Difficile che uno se ne possa appropriare qualora non vi sia predisposto sin dalla nascita.
La sua definizione più diffusa è: “affermare l’opposto di ciò che si voglia realmente esprimere”.
Ma non basta.
L’ironia va ben al di là di questa sua funzione antifrastica. Essa rappresenta un particolare punto di vista su un dato argomento, capace di metterlo sotto una luce del tutto nuova, spesso in contraddizione con il parere condiviso dai più.
Non si deve dimenticare che l’ironia è lo strumento principale impiegato da Socrate per suscitare la verità nei propri interlocutori, subito dopo aver distrutto le loro false convinzioni.
L’ironia possiede vari gradi di intensità.
Può assumere le connotazioni di una più o meno lieve disistima qualora chi sta ironizzando si faccia “sardonico” (che deriva dalla sardonia, una pianta le cui tossine provocano un falso sorriso dall’aspetto sprezzante) o, ancor peggio, sarcastico (dal greco antico “sarkazéin”, fare a pezzi).
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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