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Benché Marinetti volesse eliminarla programmaticamente e Joyce, più o meno negli stessi anni, l’avesse fatto davvero (almeno all’interno dell’ultimo capitolo dell’“Ulysses”, suo romanzo capitale), tutti noi, sin dal primo anno delle scuole elementari, impariamo l’importanza della punteggiatura per far comprendere appieno il senso di un testo.
Grazie alla punteggiatura uno scritto si trasforma in una sorta di partitura, dove pause e troncamenti vengono sapientemente dosati dalla presenza di un particolare segno diacritico.
Furono i Greci i primi a interrompere il testo con dei punti per far riprendere fiato al lettore.
I Romani aggiunsero una pausa più breve, rappresentata dalla virgola (che in latino significa “bastoncino”).
Gli amanuensi medievali ne svilupparono l’uso e ne codificarono le forme.
Nel XIV secolo nacque il punto esclamativo, affiancandosi al punto interrogativo già esistente, la cui resa grafica è una elaborazione della lettera iniziale e di quella finale di “quaestio”, che significa “domanda”.
Proprio come la “e commerciale” & è una elaborazione della congiunzione latina “et” e la “chiocciola” @, usata negli indirizzi digitali, nasce dall’avverbio di luogo inglese “at”.
Sarebbe stato poi il Rinascimento a introdurre il punto e virgola e l’apostrofo.
A uniformare per editto il modo di scrivere i vari segni di interpunzione fu Carlo Magno, nonostante il suo noto analfabetismo. Fu sempre durante il suo lungimirante impero che venne introdotto il corsivo minuscolo.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
Siamo una casa editrice NON A PAGAMENTO, perciò investiamo i nostri soldi, lavoro e competenze solo per pubblicare libri di cui ci innamoriamo. Se siete degli scrittori meravigliosi, potete inviare i vostri testi, in formato word o pdf, a pubblicazione@popedizioni.it Ma prima rileggeteli, valutateli e correggeteli con onestà, generosità e rigore. E ricordate che i refusi non sono una disattenzione, sono una perversione. Grazie.

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