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Il nostro idioma è una lingua neolatina.
Esso emerge da una “lotta fratricida” tra i vari volgari, ossia tra i dialetti locali nati dal disfacimento dell’antica lingua dei Cesari. Dante nel “De vulgari eloquentia” ne annovera quattordici, anche se probabilmente erano molti di più.
Ma quali sono i primi documenti ufficiali della moderna lingua italiana?
Il più antico di tutti è il cosiddetto “Indovinello Veronese”, a cavallo tra l’VIII e il IX sec. d.C. e tra latino e volgare. Ne è autore un amanuense che usa la metafora dell’aratura per descrivere il proprio lavoro: “Se pareba boves, alba pratalia aràba, et albo versorio teneba, et negro sèmen seminaba”.
Poi viene il “Placito capuano” del 960, verdetto legale per l’attribuzione di un terreno a un monastero benedettino: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.
C’è poi la “Postilla Amiatina” del secolo successivo, che appare come una sorta di scritto apotropaico a favore di un certo Capocotto, posseduto dal Maligno: “Ista cartula est de caput coctu, ille adiuvet de illu rebottu, qui mal consiliu li mise in corpu”.
Per finire con l’iscrizione di San Clemente, che è anche considerata il primo fumetto della storia, per le didascalie scritte sui cartigli che escono dalle bocche dei personaggi dipinti, a illustrazione del miracolo che viene compiuto dal santo lì ritratto. Tra i fumetti presenti si segnala la colorita esclamazione di un tal Sisinio: “Fili de le pute traite!”.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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