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Oggi è la Giornata Internazionale dei Viaggi dell’Uomo nello Spazio. Ne approfittiamo per dedicare questa rubrica a un genere che gli americani chiamano “science-fiction” e che Giorgio Monicelli, fondatore della gloriosa collana Urania, ribattezzò in italiano “fantascienza”.
Il fantasy e la fantascienza sono le due espressioni letterarie che impiegano la più vivida immaginazione.
La grande differenza tra i due generi è che l’uno fa ricorso alla magia, l’altro alla scienza per creare mondi anche molto diversi nel tempo e nello spazio da quello che conosciamo.
I primi esempi di sci-fi mostrano più di ogni altra cosa lo sforzo dei loro autori nel cercare di prefigurare il futuro, come nei viaggi sulla Luna, negli abissi marini o al centro della Terra di Jules Verne. Il quadro si fa più inquietante con gli alieni, l’uomo invisibile o la macchina del tempo di H.G. Welles.
Ma saranno i grandi autori del secondo dopoguerra a dare una svolta significativa al genere, usando uno sguardo sul futuro come interpretazione del presente.
Basti pensare a una società che aborre la cultura come in “Fahrenheit 451” o al controllo onnipresente in cui vivono i cittadini di “1984”.
Il sottogenere che va più di moda negli ultimi decenni è la distopia, che consiste nel dipingere un avvenire catastrofico, dietro cui si nasconde solitamente la volontà dell’autore di mettere in guardia i propri lettori sulle pericolose derive (sociali, mediatiche, ambientali) che stiamo vivendo oggi.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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