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Quant’è importante la punteggiatura in uno scritto? È fondamentale, va da sé.
Come si suol dire, si capisce quando un testo è davvero buono se regge alla prova della lettura ad alta voce.
È un ritorno alle origini, quando ancora non esisteva la scrittura e i nostri avi già amavano raccontarsi storie intorno al fuoco.
I segni di interpunzione servono a questo: a dare la giusta intonazione e il senso che l’autore voleva conferire alla frase. Vale come i simboli musicali, usati per comprendere come una certa partitura vada eseguita.
È dalla punteggiatura che capiamo quando riprendere fiato (in progressione da virgola a punto fermo), quando abbassare la voce o cambiare tonalità (per gli incisi o le proposizioni parentetiche).
Al valore espressivo si affianca quello tecnico:
– i due punti precedono una spiegazione o descrizione;
– il punto e virgola indica che la proposizione non è terminata, ma quasi;
– il corsivo si usa di solito per i termini stranieri o commerciali;
– le virgolette per i pensieri, i dialoghi o i termini “da prendere con le pinze”;
– il trattino medio per digressioni che esulano almeno in parte dall’enunciato;
– le parentesi per quelle digressioni che possono essere eliminate senza compromettere il senso complessivo della frase.
Solo quando sarete pienamente padroni della punteggiatura potrete decidere di fare come Joyce, che per il monologo interiore di Molly Bloom, alla fine dell’“Ulysses”, la eliminò completamente.
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