Il vero nome di Mark Twain era Samuel Clemens: prese il suo pseudonimo dallo slang della marineria fluviale, quando lavorava sui battelli del Mississippi.
Hector Schmitz come scrittore scelse di chiamarsi Italo Svevo in omaggio alla doppia natura della sua città di origine, Trieste, italofona ma allora annessa all’impero austro-ungarico.
L’autore di “Alice nel paese delle meraviglie” non si chiamava Lewis Carroll bensì Charles Dodgson. Aldo Nove ha adottato il suo pseudonimo dall’inizio di un comunicato in codice diramato nel 1945 dal CLN. Destouches siglò tutti i suoi libri adottando come falso cognome il primo nome della nonna Céline.
Perché tanti scrittori decidono di nascondere le proprie generalità dietro un “nom de plume”?
Alcuni, forse, per non far vergognare i parenti; i più valenti, invece, per porre una netta distinzione tra l’uomo comune, che ciascuno di loro è nella vita quotidiana, e il distillato finale di tutte le esperienze umane e intellettuali, che sarà poi l’autore dei loro scritti.
Il primo briga e fatica nelle piccole o grandi commissioni di tutti i giorni, il secondo ne trae ispirazione per travisarle e romanzarle.
Avviene un po’ come per Clark Kent e Superman, senza dimenticarci che la vera essenza del personaggio non è il grigio e occhialuto Kent, che è solo un camuffamento agli occhi del mondo, bensì il superuomo che vola al di sopra della folla e delle sue sinecure, giudicando questa e quelle dall’alto.
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