Era il 1976 quando Goliarda Sapienza finì la stesura del suo manoscritto più importante: “L’arte della gioia”.
Dopo due anni di revisione, il romanzo era pronto per essere pubblicato. Eppure, la scrittrice era scettica riguardo le possibilità di successo della sua opera. Il marito, Angelo Pellegrino, era invece ottimista: credeva che nessun editore avrebbe potuto negare l’oggettiva qualità del lavoro di Sapienza.
Purtroppo il sospetto dell’autrice si rivelò fondato: nessun editore volle pubblicare “L’arte della gioia”.
Le motivazioni furono le più disparate: c’era chi lo riteneva strano dal punto di vista della forma, chi pensava che si trattasse di un polpettone rosa adatto a donne poco esigenti e chi rimase spiazzato dai cambi del narratore.
Goliarda Sapienza morì senza aver visto il suo romanzo in libreria (ne uscì solo un’edizione ridotta grazie alla determinazione del marito).
Negli ultimi anni, forse per il cambiamento di sensibilità di editori e pubblico, “L’arte della gioia” è stato finalmente riscoperto da Einaudi e nel 2008 pubblicato nella sua collana più prestigiosa – i Supercoralli – diventando presto un long seller che non smette di ammaliare intere generazioni di lettori.
La lunga marcia di “L’arte della gioia” ci insegna che non bisogna mai scoraggiarsi davanti ai rifiuti, perché ogni opera pregevole trova il suo pubblico, prima o poi.
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