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I dialoghi sono fondamentali per definire i personaggi. E scrivere dei buoni dialoghi è un’arte difficile da affinare.
Sono tanti gli elementi da soppesare, e non tutti stanno dentro la battuta.
“Ho proprio voglia di un gelato,” annunciò lei. “Portami in gelateria,” gli ordinò perentoria.
“Con questo freddo? Andiamo a bere un tè caldo, piuttosto,” propose lui.
“Sarò libera di mangiare un gelato oppure no? Mi stai sempre addosso!” gridò lei.
“Scusa, non volevo contrariarti,” borbottò deluso.
Tralasciamo il contenuto delle battute e concentriamoci su quello che avviene fuori dalle virgolette.
Che cosa c’è che non va?
Ogni costruzione sottolinea uno stato d’animo, un tono di voce, un modo di fare. Ma un bravo paroliere sa che a trasmettere le emozioni di chi parla deve essere la battuta stessa: il verbo e ciò che viene subito dopo non possono fare il “lavoro sporco” e fungere da scorciatoia.
I semplici “disse” e “chiese” si mimetizzano con efficacia durante la lettura, senza interrompere il flusso.
In più, evitano quel ritmo appesantito da “dizionario dei sinonimi” che tutti i verbi come “affermò”, “borbottò”, “esclamò” si portano dentro.
Tra l’altro, quando i personaggi sono solo due, i “disse” possono essere eliminati del tutto, lasciando la battuta “nuda”.
Certo, gli altri verbi non sono affatto vietati, ma vanno usati con parsimonia, soltanto quando ce n’è bisogno.
Dunque, siate rigorosi: l’arte dei dialoghi si affina una battuta alla volta.
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