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Per scrivere, è cosa nota, ci vuole disciplina.
Per organizzare il lavoro e fissare dei parametri che possano orientare le giornate, tanti autori si affidano al conteggio delle parole, una misura che varia molto da persona a persona.
Graham Greene arrivava a 500 parole prima di ritenersi soddisfatto della sessione di scrittura, mentre J.G. Ballard mirava al doppio. Frederick Forsyth puntava addirittura a scriverne 3000 al giorno.
Anthony Trollope si definiva un “manovale della letteratura”, cominciava ogni giornata di lavoro alle 5.30 del mattino e, tenendo vicino un orologio, si costringeva a scrivere 250 parole ogni 15 minuti. Nella sua autobiografia raccontò: “Ho scoperto che le 250 suddette fluiscono con la stessa regolarità del ticchettio dell’orologio”.
C’è anche chi, come Mark Twain, ha modulato il conteggio delle parole in base ai propri ritmi fisiologici: da giovane scriveva circa 3000 parole al giorno, per poi passare a 1800 quando arrivò alla mezza età.
Ci sono, però, anche approcci meno rigidi: Ernest Hemingway e Lewis Carroll consigliavano di non insistere quando la mente è troppo stanca per stare al passo con la scrittura; James Joyce si dichiarava soddisfatto quando un’intera giornata di lavoro gli permetteva di completare due frasi “perfette”.
E voi, che metodo usate per scandire le vostre giornate di lavoro?
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