Cliché: luogo comune, espressione priva di originalità e nemico numero uno della letteratura.
Ma perché il cliché è tanto dannoso per la buona scrittura?
Ci viene in aiuto l’etimologia della parola, che racconta delle prime matrici tipografiche ottocentesche, usate per produrre e stampare in serie.
“Cli-ché” è il suono della matrice che si imprime sulla carta, all’infinito.
E cosa succede quando ascoltiamo la stessa parola ripetuta un’infinità di volte? Che, alla fine, nella mente perde totalmente di significato.
Nel “Dizionario dei luoghi comuni”, Flaubert, con ironia, mette in guardia dall’uso dei cliché, sottolineando, per esempio, come accanto alla parola “duro” ci si aspetti inevitabilmente di trovare “come un sasso”; o come la parola “gelosia” sia sempre seguita da “morbosa”; o, ancora, come il cane, di solito, venga rappresentato in veste di leale amico dell’uomo.
È questo il pericolo del cliché: quando si usano espressioni linguistiche cristallizzate o stereotipi narrativi si cade in formule noiose, abusate e banali peccando di pigrizia, tomba dell’arte.
Certo, essere del tutto originali è impossibile, ma si può rendere nuovo un concetto già sentito, cercando stile e parole adatti e personali.
Tutto questo è necessario affinché la voce dell’autore o dell’autrice sia unica, autentica e sorprendente. Solo così resterà impressa nel lettore.
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