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Anafora ed epifora, due figure retoriche i cui nomi altisonanti possono intimidire.
Ma l’etimologia, come sempre, ci aiuta a scardinare l’imponenza delle parole.
“Anafora” non è altro che la composizione di “ana” ovvero “di nuovo” e “phero”, “portare”.
È una figura retorica, questa, che ripropone determinate parole all’inizio delle frasi che si avvicendano.
Un celebre esempio di anafora si trova in questi versi di Dante:
“Per me si va ne la città dolente, / per me si va ne l’etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente”.
L’anafora, come si intuisce, potenzia determinate immagini grazie alla ripetizione, imprimendole nella mente del lettore.
È un meccanismo che vive nella quotidianità di ogni persona: si pensi alle preghiere o alle filastrocche per bambini.
L’epifora, in modo simile, è la ripetizione di determinate parole, ma questa volta, invece che all’inizio, le troviamo in fine di frase.
Uno splendido esempio di epifora si trova in questo frammento di “La pioggia nel pineto”, poesia di D’Annunzio:
“Più sordo, e più fioco / s’allenta, si spegne. / Solo una nota / ancor trema, si spegne, / risorge, trema, si spegne”.
Anche l’epifora si avvale del potere della ripetizione sulla memoria, ed è uno strumento drammatico utilizzato dai migliori oratori.
Sono due figure retoriche che appartengono perlopiù al reame della poesia, ma che, se applicate sapientemente, possono dare gran lustro anche alla prosa.
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