#labottegadelleparole La macchina da scrivere: uno strumento desueto ma intriso di romanticismo, soprattutto per i devoti alla letteratura.
Tanti ne furono ammaliati fin dalla sua comparsa sul mercato: Mark Twain fu folgorato dalla velocità della sua Remington, e fu il primo a inviare in casa editrice un testo dattiloscritto.
A volte, la macchina da scrivere è stata indispensabile al processo creativo: è il caso di Henry James, che traeva ispirazione dal suono dei tasti, di Agatha Christie, che sosteneva che la macchina la aiutasse ad alimentare il flusso narrativo, o di Anthony Burgess, amante della sensazione delle dita sui tasti, che gli confermava che stesse davvero lavorando invece di sognare a occhi aperti.
Ma non occorre andare indietro nel tempo: ancora oggi ci sono tante persone che battono a macchina i propri lavori.
Quando vinse il Golden Globe per “I segreti di Brokeback Mountain”, lo sceneggiatore Larry McMurtry ringraziò la sua Hermes 3000 nel discorso di premiazione.
Don DeLillo ha più volte dichiarato di aver bisogno della fisicità della macchina da scrivere, e la Olivetti azzurra di Cormac McCarthy, su cui ha scritto “La strada” e “Non è un paese per vecchi”, è stata venduta all’asta per 254mila dollari, contro i 50 che gli era costata.
E voi, preferite scrivere a mano, sulla tastiera del computer o battendo a macchina?
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