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C’è qualcosa, nell’inchiostro, che resiste al tempo. Un richiamo arcaico, quasi magico, che continua a sedurre chi scrive.
Scrivere a mano, con la penna che graffia appena il foglio, è un gesto antico, lento e imperfetto – ed è proprio questo che lo rende così umano.
Sarà pure una tradizione sempre meno seguita, ma la scrittura a mano può contare ancora su alcuni irriducibili autori che non la abbandonano.
Quentin Tarantino scrive le proprie sceneggiature alternando pennarelli rossi e neri, mentre Amos Oz scriveva in blu la narrativa e in nero la saggistica.
William Faulkner voleva stampare “L’urlo e il furore” con più colori per aiutare il lettore a individuare i diversi filoni temporali del romanzo – ma la tecnologia del tempo non era al passo con il suo inchiostro.
Vladimir Nabokov scrisse molti dei suoi romanzi a mano, su cartoline da schedario, e ancora oggi Joyce Carol Oates scrive a mano per otto ore filate al giorno.
Stephen King ha dichiarato che scrivere a mano un romanzo “riporta l’atto della scrittura a un livello essenziale, dove devi impugnare qualcosa e incidere le lettere sulla pagina”.
E voi, preferite la tastiera o la penna?
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