Susan Sontag, in uno dei suoi diari del 1977, raccontava il dietro le quinte del lavoro di scrittura.
Non metodica per sua stessa ammissione, Sontag scriveva a scatti fino al momento in cui, effettivamente, la scrittura fluiva senza ostacoli e la assorbiva completamente.
Prima di arrivare a quel punto, però, le distrazioni erano tante, e per focalizzare l’attenzione solo sul lavoro si dava delle regole:
– non alzarsi mai dopo le otto, con la possibilità di trasgredire solo una volta a settimana;
– rimandare ogni lettura alla sera per non distrarsi dalla scrittura;
– non uscire a pranzo;
– scrivere ogni giorno sul proprio taccuino, e solo dopo battere il testo sulla macchina da scrivere;
– rispondere alle lettere solo una volta a settimana.
Il risultato di questo processo di regole e trasgressioni, pause e dedizione sono libri magnifici, letti e amati da un vasto pubblico.
La discontinuità nella scrittura, arginata in parte dall’imposizione di regole, è comune a molti autori. Ma provate a immaginare quanto possa essere pesante da affrontare “la parola che non arriva” per tutti quegli esordienti, o per gli autori poco conosciuti, che per ripagarsi della fatica non possono nemmeno contare sul plauso dei lettori.
E voi? Siete per natura metodici o per scrivere dovete legarvi a una sedia?
(Pensierino del giorno per lettori e scrittori: se vi piace questa rubrica, vi piaceranno anche i libri che pubblichiamo. Venite a trovarci sul nostro sito popedizioni.it)
(Pensierino della notte: bisogna scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più.)
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