C’è un momento, nella vita di molti autori, in cui la scrittura diventa una specie di innamoramento.
Non ancora un mestiere, non un riconoscimento, non una carriera. Qualcosa di più segreto e assoluto: una parte dell’esistenza che appartiene solo a chi scrive.
Spesso coincide con anni difficili: pochi soldi, stanze provvisorie, solitudine, incertezza. Eppure, proprio lì nasce una forma di felicità strana e potentissima. Perché c’è “una cosa da fare”, e la si fa.
Ogni giorno. Con ostinazione. Con fedeltà.
Scrivere, in questa fase, non è un dovere: è un dono. Non è una prestazione, ma una tensione interiore.
Somiglia a una storia d’amore – con una differenza decisiva: non dipende da nessun altro. È interamente sotto il proprio controllo. È uno spazio protetto in cui indugiano i pensieri, attorno a cui orbitano i sentimenti.
Molti autori raccontano quegli anni come un tempo povero e insieme ricchissimo. Perché avevano ricevuto qualcosa di raro: il desiderio di far esistere ciò che prima non c’era.
Forse è questo, in fondo, l’innamoramento per la scrittura: sapere cosa si deve fare, e farlo.
Tutto qui.
E voi, avete mai provato questa sensazione di infatuazione mentre scrivete?
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