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Nel Vermont degli anni ’50 Shirley Jackson spinge il carrello della spesa, cucina, cresce quattro figli. Una vita domestica ordinaria.
E nel frattempo riscrive le regole del terrore.
Nei suoi libri non succede mai “qualcosa di strano”, ma qualcosa di appena sbagliato.
Una casa troppo silenziosa, una frase che non torna, un gesto che devia di pochi millimetri dalla normalità.
“L’incubo di Hill House” e “Abbiamo sempre vissuto nel castello” contengono tutta la sua poetica: non c’è bisogno di mostri quando è lo spazio familiare a incrinarsi lentamente. La casa non protegge, osserva. E chi la abita finisce per guardarsi dentro troppo da vicino.
Jackson costruisce tutto su una superficie perfettamente liscia. La sua lingua è piana, controllata, rassicurante.
Ed è proprio per questo che ogni minima deviazione diventa decisiva. Con l’uso sapiente di silenzi e turbamenti impercettibili, l’autrice apre una crepa nella narrazione in cui il lettore resta incastrato.
Nel paese in cui abitava si diceva che fosse una strega. Lei non smentiva, anzi alimentava le supposizioni, circondandosi di un’aura misteriosa.
Per fare paura non serve forzare l’orrore. Basta saper controllare il ritmo, togliere il superfluo, avvicinarsi il più possibile alla normalità e poi deformarla lievemente.
E voi, riuscite a controllare la vostra scrittura senza cedere all’enfasi?
(Pensierino del giorno per lettori e scrittori: se vi piace questa rubrica, vi piaceranno anche i libri che pubblichiamo. Venite a trovarci sul nostro sito popedizioni.it)
(Pensierino della notte: bisogna scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più.)
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