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Uno dei consigli più interessanti della scrittrice britannica Zadie Smith è di scrivere pensando che a leggere sarà un nemico.
Quello che invita a fare è un esercizio semplice solo in apparenza: prendere distanza dalle proprie parole e giudicarle con severità, come farebbe uno sconosciuto.
Chi scrive tende a difendere passaggi che spesso non funzionano. Il lettore, però, non ha accesso a questo processo: incontra solo ciò che resta sulla pagina.
Per questo Smith suggerisce uno sguardo più esigente, quasi ostile. Non perché la scrittura debba nascere dal rifiuto di sé, ma perché solo una lettura priva di indulgenza permette di distinguere ciò che funziona da ciò che si affida a scorciatoie o automatismi.
È un lavoro che richiede tempo. Lasciare decantare un testo e tornarvi dopo giorni o settimane significa sottrarlo all’urgenza iniziale e accettare, con lucidità, che non tutto riesca allo stesso modo: alcune parti andranno riscritte, altre eliminate.
Imparare a rileggersi con onestà è forse il passaggio più complesso, perché implica riconoscere i propri limiti senza difenderli. Ma è anche l’unico modo per consentire a un testo di acquisire una struttura e una forma più solide e fruibili.
E voi, sapete rileggervi con lo sguardo di uno sconosciuto?
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