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Scrivere, a volte, significa accettare di non potersi nascondere. La pagina, per quanto sembri uno spazio protetto, prima o poi costringe a esporsi, a scegliere cosa lasciare o sacrificare, e a prendersene la responsabilità.
La penna di Joyce Carol Oates lo dimostra da sempre: le sue storie si muovono in territori instabili, dove la realtà non si lascia semplificare e le tensioni restano aperte. Da questa inclinazione, insieme lucida e scomoda, nasce la sua scrittura.
Per Oates scrivere significa non proteggersi dietro formule già collaudate, ma accettare che ogni testo porti con sé una quota di rischio, accogliendo sulla pagina una materia viva, anche quando è disturbante e non offre risposte.
Il che non vuol dire rinunciare al controllo, ma rimandarlo. Prima viene l’intensità: osservare e ascoltare con attenzione, lasciando che il mondo entri nella scrittura senza filtrarlo subito.
Solo in un secondo momento interviene la distanza critica, capace di dare forma a quella materia senza addolcirla e di organizzarla senza cancellarne le crepe.
Oates invita a essere comprensivi verso ciò che si è scritto ma mai protettivi, e a restare ancorati al presente. Rispettando questo equilibrio, la scrittura può avvicinarsi a qualcosa di più vero.
E voi, fino a che punto siete disposti a esporvi quando scrivete?
(Pensierino del giorno per lettori e scrittori: se vi piace questa rubrica, vi piaceranno anche i libri che pubblichiamo. Venite a trovarci sul nostro sito popedizioni.it)
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