“Scrivi dal tuo dolore”, dice Bret Easton Ellis, ma senza aspettarti che quel dolore restituisca qualcosa.
Nel suo modo di intendere la scrittura, il disagio non è una materia da trasformare in una verità più alta né da comprendere fino in fondo, bensì una condizione da attraversare.
La sua prosa, graffiante e controllata, non addolcisce nulla: Ellis scrive restando dentro una sorta di gelo, e proprio da questa posizione nasce l’effetto più radicale della sua voce. Il dolore non viene “raccontato”: nei suoi libri si deposita, si ripete diventando atmosfera, qualcosa che finisce persino per non sorprendere più.
Per Ellis il dolore è una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Oggi scrivere significa avere il coraggio di non aggiustare, di non attribuire profondità dove non emerge. È una posizione esigente e a tratti anche scomoda, perché rinuncia all’idea che la letteratura debba necessariamente chiarire, salvare o offrire una via d’uscita.
La scrittura è quindi un esercizio rigoroso di precisione: è una forma di fedeltà a ciò che si osserva, che va allenata. Non tutto deve essere chiarito; a volte la scrittura più onesta è quella che riesce a sostenere il vuoto senza riempirlo.
E voi? Riuscite a scrivere del vostro dolore senza camuffarlo?
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