Dino Buzzati, in più di un’occasione, ha parlato della scrittura come di un’abitudine a cui tornare ogni giorno, qualcosa a cui restare aggrappati anche quando l’animo è scosso e i nervi cedono.
Non si tratta dunque di un atto ispirato o solenne, ma di un lavoro al contempo fragile e ostinato, da portare avanti a denti stretti.
Al centro del suo pensiero si cela una verità poco consolante: bisogna continuare a scrivere anche quando sembra non servire a nulla, restando fedeli al gesto anche nei giorni peggiori, quando tutto appare opaco, insufficiente o irrisolto.
Perché la scrittura è soprattutto accumulo: un insieme di tentativi, scarti, pagine da buttare, frasi che non funzionano. Solo in un secondo momento, forse, da quella massa incerta può affiorare una riga degna di salvarsi.
Infatti, scrivere non coincide sempre con un avanzamento visibile: è una resistenza silenziosa, un modo di sostare dentro ciò che non ha ancora una forma, per provare con pazienza a dargliene una.
Forse è in questo che si riconosce un vero scrittore: nella capacità di tornare sulla pagina anche quando non offre appigli e pare non restituire nulla.
E voi, continuate a scrivere anche quando sembra che le parole non portino da nessuna parte?
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