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Che rapporto vige tra la realtà e i termini chiamati a designarla?
Che valore hanno le parole rispetto alle cose che richiamano?
C’è una perfetta aderenza tra ciò di cui parliamo e come ne parliamo o il nostro linguaggio è piuttosto un’approssimazione? Quel che diciamo corrisponde a quel che vediamo e pensiamo o si può trasformare, in alcuni casi, in un goffo tentativo di pronunciare l’ineffabile?
Fu nel XII secolo che un tale dilemma raggiunse il suo apice, nella disputa tra nominalisti e realisti, cioè tra coloro che sostenevano che le parole non fossero altro che un “flatus vocis”, ossia una pura convenzione, e quelli che pensavano invece a esse come all’essenza stessa delle cose che nominavano.
E secondo i moderni? Qual è l’effettiva origine delle parole? Nascono forse da un grugnito? Un’iniziale onomatopea con cui l’ominide tentava di rendere l’impressione data da un oggetto o un animale, per esempio, attraverso l’imitazione del rumore che essi producevano? Ci sono parole, ancor più in inglese che in italiano, nel cui suono tuttora sembra trasparire quell’originario conato mimetico.
Abbiamo ormai abbandonato l’idea che i vocaboli che usiamo ci provengano da qualche lontana ispirazione superiore, non per questo sono stati privati, ai nostri occhi, della loro potenza evocativa: esattamente come quando ancora ci si affidava alla capacità sovrannaturale delle formule magiche che venivano recitate da sacerdoti o stregoni, ben conosciamo quale peso possano assumere le parole.
(Pensierino della notte: devo scrivere tanto, ogni giorno, e leggere molto di più. Pensierino del giorno: non basta avere ispirazione, creatività e talento: per scrivere bene servono anche disciplina, determinazione e allenamento.)
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