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Quando i miei nonni erano giovani, la povertà era una condizione di privazione e indigenza, caratterizzata da un’incapacità di soddisfare i bisogni essenziali come cibo, acqua potabile, una casa e servizi sanitari: fattori che spesso causavano malattie.
Chi era povero non poteva permettersi un’istruzione e doveva accontentarsi di lavori faticosi e mal pagati, con poche opportunità per il presente e per il futuro.
Oggi, invece, la povertà è una forma di non-ricchezza, che trasforma gli individui in “consumatori difettosi”.
Infatti, i cosiddetti “poveri” sono prima di tutto dei “non-consumatori”, persone a corto di denaro, di carte di credito, che non riescono a spendere soldi a piacimento. Hanno case, lavori, possono studiare e curarsi, ma non contribuiscono ad alimentare attivamente il mercato acquistando senza limiti.
E per un sistema consumistico come il nostro questo è inammissibile. Ma perché ci sentiamo inadeguati anche quando non lo siamo?
Perché spesso ci facciamo condizionare da canoni economici sproporzionati e ingannevoli. Invece, dovremmo dare retta ai nostri nonni: loro sanno che la maggior parte di quel che possediamo non serve a niente, perché conoscono la differenza tra abbastanza e abbondanza.
Ma quando li vediamo accontentarsi di poco, ci sembrano dei marziani.
E voi? Vi è capitato di sentirvi inadeguati economicamente anche se avete cibo, vestiti e una casa in cui vivere?

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