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Alzi la mano chi non si è mai sentito sfruttato o vittima di un comportamento scorretto.
È capitato più o meno a tutti e siamo tutti sopravvissuti.
Eppure, negli ultimi tempi, ho questa sgradevole impressione di essere considerata – nei momenti di difficoltà – un salvadanaio da svuotare, un portafogli con le gambe.
Qualcuno a cui spillare soldi quando non sta bene, quando non è in grado di difendersi con le unghie e con i denti, quando ha bisogno di aiuto.
Non so se è solo suggestione, ma è come se si fosse persa la capacità di aiutare, di dare una mano, di rendersi utili in maniera disinteressata.
Troppe situazioni oggi hanno un secondo fine: il sostegno è subordinato alla possibilità di un guadagno, la valutazione ha un ritorno economico, l’aiuto prevede in cambio un corrispettivo, altrimenti non vale la pena occuparsene.
Mi sembra di galleggiare fra tanti sorrisi distratti, in un silenzio emotivo abbastanza inquietante.
Il rischio più grosso, però, non è essere imbrogliati. Il vero pericolo è assuefarsi e sviluppare una diffidenza generica, un’incapacità di affidarsi alle persone, convinti di essere circondati da squaletti e avvoltoi.
Meglio perdere soldi che perdere fiducia: siamo persone che vivono in mezzo ad altre persone e la slealtà si combatte continuando a credere che l’essere umano sia – tutto sommato – una creatura meravigliosa.

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