Ordino un libro e controllo subito la data di consegna. Invio un messaggio e aspetto il lampo delle spunte blu. Guardo una serie e mi infastidisce dover attendere sette giorni per l’episodio successivo.
Mi sono abituata a volere tutto subito, anche quando non ne ho veramente bisogno.
Un acquisto arriva in ventiquattr’ore, la spesa in pochi minuti, un film comincia nell’istante in cui lo seleziono.
L’attesa è diventata un ostacolo da rimuovere. Eppure aspettare, in passato, aveva una funzione vitale: concedeva ai desideri il tempo di crescere, cambiare o spegnersi.
Tra il momento in cui volevamo qualcosa e quello in cui riuscivamo a ottenerlo, potevamo chiederci se ne valesse davvero la pena.
Oggi quello spazio si è chiuso.
Ed è proprio sulla sua scomparsa che si regge l’economia dei consumi: se dovessimo aspettare anche solo tre giorni prima di comprare qualcosa, quante volte cambieremmo idea?
Infatti, meno aspettiamo più compriamo. Ma confondere l’istantaneità con l’appagamento è un inganno.
Desiderare non significa soltanto ottenere ma anche immaginare, capire quanto qualcosa conti per noi e magari scoprire che possiamo persino farne a meno.
Forse ci siamo dimenticati che l’attesa non è tempo perso, ma lo spazio necessario per capire ciò che vogliamo davvero.
E voi? Quand’è stata l’ultima volta che avete dovuto o voluto aspettare?



