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Come ogni domenica, vi presentiamo un brano tratto dalla nostra pagina FB e IG @DonnenonfacciamoloinRete, nata per tutelare le donne e i minori dai pericoli del web.
Sapevate che l’industria delle truffe online è paragonabile, per dimensioni, a quella del traffico internazionale di droga?
Non solo: è addirittura più difficile da contrastare rispetto ai cartelli della droga, anche perché con l’avanzamento delle tecnologie diventa sempre più complesso monitorare le tantissime truffe.
Il fenomeno riguarda tutto il mondo, e i guadagni complessivi di queste attività ammontano a più di cinquecento miliardi di dollari all’anno.
Solo nel 2023, le perdite causate dalle truffe online negli Usa sono aumentate del 22%, un volume sottostimato se si considera che molte delle vittime non denunciano per vergogna.
Ovviamente, non c’è niente di cui vergognarsi: in questo tipo di truffe può cascarci chiunque – ne sono state vittime consulenti finanziari, agenti dell’Fbi, psicologi e personaggi famosi…
Una truffatrice intervistata da “The Economist” ha raccontato che nel centro in cui lavorava venivano date precise indicazioni su come circuire le potenziali vittime online: è un lavoro di fino, che richiede mesi di conversazioni apparentemente innocenti per sondare il background economico e sociale del bersaglio.
Addirittura, venivano distribuiti dei manuali con consigli come: “Scopri cosa manca nella sua vita: quale vuoto emotivo puoi riempire?”.
A peggiorare il tutto c’è la scoperta che spesso chi lavora in questi centri per le truffe è vittima a sua volta. Secondo le stime, centinaia di migliaia di persone provenienti da paesi poveri sono state ingannate da datori di lavoro che promettevano un impiego ben pagato in un call center del Sudest asiatico.
Da questi centri non si scappa, sono veri e propri campi di schiavitù: chi vuole lasciarli deve pagare un enorme riscatto o farsi sostituire da un’altra persona, ancora una volta dietro l’inganno della promessa di un buon lavoro.
Che fare?
Non è facile trovare una risposta, ma di sicuro informarsi e parlarne è il primo passo per acuire lo sguardo sulle attività sospette in Rete e tutelarci.
(Stefania S.)

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