Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@Donne non facciamolo in Rete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
Sono stanca.
E come me, ci metto la mano sul fuoco, altri milioni di persone.
Ogni giorno, già appena sveglia, apro i social e vengo catapultata in un inferno distopico: faccio colazione con le immagini di genocidi, aspetto l’autobus passando dai video di corpi estratti dalle macerie dei bombardamenti a quelli dei balletti e degli sketch divertenti degli influencer, e così via, per ore.
Perché?
La domanda sembrerebbe scontata ma non lo è.
A comandare i contenuti che ci vengono proposti sui social, lo sappiamo bene, sono gli algoritmi. E se ci viene proposto così tanto materiale allarmante è perché lo scopo degli algoritmi è quello di tenerci il più possibile incollati alle piattaforme su cui operano.
E cosa c’è di meglio di una buona dose di immagini sconvolgenti per catturare l’attenzione?
È puro calcolo che risponde a interessi economici.
Un algoritmo non ha coscienza, non distingue tra il bene e il male o tra verità e manipolazione: mostra solo ciò che trattiene e sciocca.
Le piattaforme social, quindi, guadagnano sulla nostra salute mentale: ogni giorno siamo travolti da un fiume di contenuti che ci svuota dentro perché il nostro cervello, semplicemente, non riesce a reggere una mole emotiva così enorme.
La nostra mente, per difendersi, comincia a ridurre le reazioni fisiologiche che di solito seguono agli stimoli molto intensi.
Ecco perché siamo stanchi: piano piano qualcosa dentro di noi si spegne, l’empatia sbiadisce e l’indignazione affievolisce.
Il crollo di queste difese naturali ci lascia soli e passivi davanti alla devastazione: anche il senso di comunità sparisce, e con lui la forza per reagire alle ingiustizie.
Si tratta di una sorta di intorpidimento emotivo, una condizione già nota negli ambienti sanitari e definita “affaticamento da compassione”.
Cosa possiamo fare per proteggerci da tutto questo?
Rallentare.
Limitare il tempo passato sui social e creare degli spazi di confronto fuori dalle applicazioni, con le persone vere.
(Stefania S.)




