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Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@Donne non facciamolo in Rete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
Negli ultimi mesi, diverse inchieste giornalistiche hanno messo in luce un fenomeno inquietante: quello dei giovani che si rivolgono all’intelligenza artificiale per affrontare i propri problemi psicologici.
Chatbot, strumenti automatizzati per l’auto-valutazione dell’umore e perfino generatori di consigli terapeutici: l’intelligenza artificiale è diventata, per molti adolescenti e giovani adulti, una sorta di psicologo tascabile.
A prima vista, questo fenomeno potrebbe sembrare una conquista: l’accessibilità alla cura mentale si amplia e l’aiuto sembra a portata di click.
Ma è davvero così semplice?
Le IA generative possono simulare l’ascolto, ma non potranno mai cogliere il contesto e le sfumature che si celano dietro ogni affermazione, domanda o silenzio, né esercitare empatia e ascolto attivo. Non potranno sostituirsi al patto di alleanza tra terapeuta e paziente – caratteristica fondamentale per la buona riuscita del percorso psicologico.
Le intelligenze artificiali, poi, forniscono delle risposte estremamente superficiali.
“Potresti soffrire di depressione”, “I tuoi sintomi sono compatibili con l’ansia sociale”, “Hai un disturbo borderline?”: sono tutte “diagnosi” azzardate che possono impattare molto sulla salute mentale dei più giovani.
A cosa può portarci tutto questo?
Più tardano le politiche di regolamentazione delle intelligenze artificiali, più corriamo il rischio di insegnare ai giovani a cercare risposte rapide e superficiali, e a perdere inevitabilmente il contatto con il loro corpo e le loro emozioni: stiamo, in sostanza, eliminando la complessità dell’esperienza soggettiva.
I giovani non devono essere lasciati soli a decifrare il proprio dolore con una macchina. Serve educazione emotiva, alfabetizzazione psicologica, accesso alle cure. Serve – più di ogni altra cosa – presenza.
In un’epoca in cui tutto è istantaneo, la rivoluzione è tornare a dare tempo, spazio e valore al dolore, alla persona che lo racconta e a quella che lo accoglie, in carne e ossa.
(Sara D.)

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