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Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@Donne non facciamolo in Rete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
Questa settimana ricorre la giornata internazionale per la parità retributiva. Una giornata importante, certo, ma invece di analizzare dati e percentuali, vorrei cercare con voi una prospettiva diversa del tema.
In Paesi come l’Italia, in cui l’uguaglianza di genere è ancora parecchio lontana, si tende a pensare che bastino delle (insufficienti) misure economiche per risolvere il problema. Ma la questione è più stratificata di così.
Se non insegniamo agli uomini fin da bambini a vivere la parità di genere in prima persona, difficilmente potremo “rattoppare” la situazione con incentivi e sgravi fiscali: il cambiamento deve essere culturale.
Un modello a cui guardare è l’Islanda, da anni al primo posto nelle classifiche mondiali per la parità di genere.
Come ci riesce?
Accanto a politiche dedicate al tema, l’Islanda interviene fin dalla prima infanzia nell’educazione al rispetto della donna. Ci sono scuole, per esempio, che incoraggiano l’apprendimento di giochi che non si basano sul genere, i cosiddetti passatempi “gender neutral” che eliminano la dicotomia tra “rosa” e “azzurro”.
In questo modo, le scuole islandesi incentivano attività che stimolano la leadership e l’assertività nelle bambine e attività di accudimento e ascolto nei bambini, nel tentativo di sradicare lo stereotipo che da sempre divide maschi e femmine.
Si chiama “compensazione di genere”: un metodo che riequilibra le aspettative sociali fossilizzate dal tempo, perché non si nasce più adatti a comandare o a curare, ad alzare la voce o a stare in silenzio: lo si diventa se nessuno ci insegna a scegliere.
E allora, se vogliamo che le donne guadagnino quanto gli uomini, dobbiamo prima chiederci:
le stiamo educando allo stesso modo?
Soprattutto: stiamo educando i maschi a una visione diversa del loro ruolo?
(Stefania S.)

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