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Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@Donne non facciamolo in Rete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
Poche settimane fa, sui social di molte donne sono comparsi i post e le storie di tante influencer e amiche con l’invito a ripostare un appello per segnalare la presenza di un gruppo su Facebook, chiamato “Mia Moglie”, in cui gli uomini condividono foto intime delle proprie partner per appagare le loro perversioni.
L’ennesima violenza supportata dalle inutili regole sui social per i contenuti sensibili, i cui criteri impediscono a un utente di pubblicare la foto di una statua nuda, ma permettono la creazione di gruppi in cui basta semplicemente mandare una richiesta di iscrizione per essere ammessi nel circolo, non così privato, di coloro che usano violenza contro le donne.
Il dato più spaventoso è che dopo questa scoperta molti uomini hanno inviato richieste di adesione, invece di denunciare e sensibilizzare i loro amici: ci si può ancora nascondere dietro la giustificazione “not all men”?
È vero, non tutti gli uomini si macchiano di reati contro le donne, però parecchi sì, tanto è vero che esistono innumerevoli chat e gruppi, da Facebook a Telegram, in cui si può compiere il reato di revenge porn, la condivisione non consensuale di materiale sessualmente esplicito (fotografie, filmati e audio).
Questo dimostra come le donne siano potenzialmente in pericolo quando sono circondate da uomini, persino quando è la persona di cui si fidano di più, con cui decidono di trascorrere la vita e costruire il loro futuro.
Come nella terribile vicenda Pelicot, in cui il marito Dominique ha drogato la moglie, Gisèle, per dieci anni, consentendo a decine di uomini di abusare di lei mentre era in stato di incoscienza.
Le violenze sono state scoperte solo nel 2020 e, dopo il processo che ha visto coinvolti tanti imputati, Pelicot è stato condannato a vent’anni di reclusione.
Ma neanche questo è bastato a far rinsavire alcuni mariti…
(Stefania S.)

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