Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@donnenonfacciamoloinrete ”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
La morte di Diane Keaton è stata spiazzante e dolorosa per chi l’ha conosciuta e amata, ma anche per tutte quelle persone che si erano abituate alla sua presenza scenica e che l’hanno seguita lungo la sua carriera, che ne hanno amato i film e gli outfit stravaganti e bellissimi.
Nei giorni successivi alla sua morte, decine di articoli sono stati scritti con l’intenzione di ricordare una donna intelligente, creativa, indipendente e affermata.
L’intenzione, almeno, era quella.
Proprio in questi articoli, però – come è stato largamente notato dal mondo femminista –, Diane viene celebrata e raccontata come “musa di” Woody Allen, regista con cui l’attrice ha collaborato molte volte, recitando nei suoi film.
Non è la prima volta che accade e, in effetti, la riflessione va oltre il singolo caso di Keaton, che è stata ricordata e omaggiata anche in un modo bello e giusto, più adatto alla sua vita e storia.
Spesso, però, assistiamo al medesimo copione: attrici, artiste, cantanti finiscono per essere celebrate come fonti ispiratrici di un uomo, muse di un sommo poeta che è stato talmente brillante da riuscire a scoprire e poi plasmare il talento della donna di turno, creata, lanciata, fatta splendere.
Non c’è narrazione più distorta e ingiusta di quella che racconta la storia di una donna solo come funzionale al progetto di un uomo, dipendente dalla sua parola.
E se anche una donna come Diane Keaton, brillante, intelligente, privilegiata nella misura in cui il privilegio se l’è costruito con talento e capacità, viene ridotta a fonte ispiratrice, che speranze ci sono per tutte le altre?
Non muse, ma donne: donne con una storia e una voce.
(Stefania S.)




