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Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@DonnenonfacciamoloinRete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
In seguito all’omicidio di Pamela Genini, diverse componenti del mondo femminista italiano hanno rilevato un tratto problematico nella narrazione dei femminicidi in Italia, per il quale potremmo parlare di “male gaze” o sguardo maschile.
Coniato da Laura Mulvey nel 1975, il “male gaze” è il modo in cui le donne sono rappresentate come oggetti sessuali nei media e nell’arte per compiacere lo sguardo maschile.
Ciascuno di noi, con un po’ di onestà intellettuale, può facilmente riconoscerne la presenza nei film in cui i ruoli femminili sono monotoni e stereotipati; negli spot in cui la donna pulisce casa; in una qualsiasi opera visuale in cui il corpo femminile nudo è in mostra.
Lo sguardo maschile è dappertutto: perché dovrebbe essere diverso per i femminicidi?
Molte studiose che si occupano di violenza di genere e della sua rappresentazione hanno notato che, spesso, i casi di femminicidio o di violenza più seguiti mediaticamente sono proprio quelli in cui le vittime sono esteticamente piacevoli. Giovani, attraenti, i cui corpi violati sono comunque ancora appetibili e possono suscitare attenzione.
Questo processo, già di per sé morboso, raggiunge il suo apice quando si scelgono per gli articoli, pur non avendone il consenso, le fotografie delle vittime direttamente dai loro profili social.
Immagini selezionate per catturare l’attenzione di uno spettatore maschile e per raccontare la storia di donne seducenti, che amavano mostrare il proprio corpo e che sono state uccise barbaramente.
Siamo in una società davvero insana, se anche da morte le donne devono essere belle per non venire ignorate.
(Sonia S.)

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