Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG @DonnenonfacciamoloinRete, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
Per molto tempo il catcalling è stato raccontato come qualcosa di innocuo: un complimento maldestro, una battuta fuori luogo, un fischio senza conseguenze.
Ma per chi lo subisce non è mai così.
È una forma di molestia verbale che invade lo spazio personale, genera disagio e cambia il modo in cui ci si muove in un luogo pubblico.
Un esperimento recente, raccontato da Geopop, ha provato a ribaltare il punto di vista usando la realtà virtuale.
Alcuni uomini sono stati immersi in un ambiente digitale in cui assumevano il corpo di una donna per attraversare uno spazio pubblico, per esempio una stazione della metropolitana. Durante il percorso ricevevano commenti e frasi tipiche del catcalling.
Le reazioni sono state immediate: disagio, rabbia, senso di vulnerabilità. Molti partecipanti hanno raccontato di aver compreso solo in quel momento che si tratta di violenza verbale. Non tanto per il contenuto, ma per il contesto, il tono, l’asimmetria di potere che si crea tra chi parla e chi subisce.
L’esperimento racchiude una verità importante: capire un problema non significa solo conoscerne la definizione, ma riuscire a mettersi nei panni di chi lo vive.
In questo caso, la realtà virtuale si è rivelata uno strumento per allenare l’empatia.
Il catcalling non è una questione di sensibilità individuale, ma di rispetto. Perché nessuno dovrebbe sentirsi osservato, giudicato o commentato mentre attraversa uno spazio che appartiene a tutti.
Le parole, anche quando sembrano leggere, hanno un peso.
E se smettessimo di chiederci se il catcalling è grave, e iniziassimo a chiederci perché è ancora così normalizzato?
(Sonia F.)



