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Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@DonnenonfacciamoloinRete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
Due settimane fa si è celebrata la Festa della mamma, una delle ricorrenze più amate del nostro calendario, che ogni anno è accompagnata da fiori, sorrisi e lavoretti fatti a mano negli asili e nelle scuole.
Ma la maternità, quella reale, sfugge a queste semplificazioni.
Perché essere madri non significa incarnare un’immagine stereotipata, sempre grata e felice. La maternità cambia a seconda delle vite che attraversa, dei contesti in cui si inserisce, delle possibilità – e delle difficoltà – che ogni donna si trova ad affrontare.
C’è chi cresce un figlio con disabilità, imparando ogni giorno a muoversi tra fatica e burocrazia.
Chi affronta la depressione post partum, mentre intorno tutto continua a parlare di felicità.
Chi cresce un figlio senza un sostegno economico stabile, facendo i conti con un equilibrio fragile tra lavoro, cura e sopravvivenza.
E chi, semplicemente, non trova il tempo o lo spazio per essere altro: perché il ruolo assorbe, occupa, definisce.
Parlare di maternità significa ricordarne tutte le sfumature, riconoscendo anche chi spesso resta escluso dal racconto, come coloro che non sono madri. Per scelta, per circostanza, per motivi di salute.
Che ne è di tutte quelle donne che vengono ancora viste come incomplete, quasi che la maternità fosse un passaggio obbligato e non una possibilità?
È forse da qui che può nascere una riflessione più aderente alla realtà, che metta in discussione quell’unica narrazione, rassicurante e lineare, che nella quotidianità semplicemente non esiste.
Perché celebrare le donne non dovrebbe significare lodare un modello predefinito, ma riconoscerle per ciò che sono davvero: umane.
Ricordiamoci che la maternità è una scelta e, come tale, non definisce né esaurisce mai il valore di una donna.
(Martina B.)

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