Come ogni domenica, vi presentiamo un post della nostra pagina FB e IG “@Donne non facciamolo in Rete”, nata per tutelare le donne e i minori dai pregiudizi e dai pericoli del web.
“Beauty burnout”. Ovvero: aprire Instagram per cercare un rossetto e uscirne venti minuti dopo convinte di dover cambiare skincare, shampoo, alimentazione, federa del cuscino e probabilmente anche struttura ossea.
Negli ultimi mesi si parla sempre di più di questa sensazione di stanchezza legata al mondo beauty. Comprensibile, se ogni volta che apriamo un social qualcuno ci spiegherà come eliminare il gonfiore, prevenire le rughe e diventare la versione migliore di noi.
Possibilmente in dieci step, con una routine mattina e sera e almeno tre prodotti che “non possiamo non avere”.
Praticamente la cura di sé sembra essersi trasformata in un lavoro full-time.
E il problema, badiamo bene, non è amare il make-up o la skincare. Ma il fatto che ci venga chiesto di essere belle, sì, ma nel modo giusto, costantemente, senza pause: la pelle deve “gloware”, i capelli essere lucenti, il viso apparire naturale, ma solo dopo dieci prodotti diversi.
Così anche il concetto di self-care rischia di cambiare significato. Perché prendersi cura di sé dovrebbe farci stare meglio, non renderci ansiose all’idea di uscire senza trucco.
E invece sempre più spesso la bellezza smette di essere piacere e diventa controllo: un elenco di cose da fare bene, una nuova forma di produttività applicata al corpo.
Il beauty burnout non parla solo di cosmetici o tendenze estetiche, ma di una stanchezza più profonda, quella di sentirsi continuamente osservate, valutate, migliorabili.
Ma forse possiamo concederci una pausa. Bere acqua, mettere una crema a caso e sopravvivere comunque.
Perché, molto probabilmente, la nostra pelle continuerà a esistere dignitosamente anche senza una skincare che sembra la lista ingredienti di una barretta proteica ultraprocessata.
E come ha detto la regista Nora Ephron: “Odio vedere le donne sprecare tempo a sentirsi in colpa per il proprio corpo”.
(Stefania S.)



