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C’è una lezione che il patriarcato tenta di impartire, con metodo, a ogni singola donna: sentirsi “realizzata” (si diceva proprio così, non è incredibile?) solo attraverso l’uomo, e dunque essere “un suo riflesso”, una sua funzione…

Nelle stagioni del disamore ho incolpato spesso il mio riflesso nello specchio: non ero abbastanza bella, magra, formosa, alta, bassa, gentile, sorridente, intelligente, “non ero abbastanza” Come se il riflesso, cioè l’immagine, fosse il problema. Mi sono guardata troppe volte esercitando un giudizio.

Avevo imparato troppo bene la lezione.

Poi, un giorno fortunato, ho ritrovato una vecchia fotografia di me bambina. Avrò avuto 4 o 5 anni: su una spiaggia, un costumino buffo e una paletta fra le mani, un cappellino per ripararmi dal sole e dall’imbarazzo di un “sorridi!”. Ero proprio io, una bambina non particolarmente bella, eppure capace di suscitare, finalmente, la mia tenerezza: quella bambina, ho deciso di abbracciarla ogni giorno, l’ho risentita nel mio corpo adulto, trasformato, sì, ma come una matriosca cresciuta per strati successivi su un principio minuscolo, di cui voglio amare ogni strato finché avrò vita. Perché il nodo di questa divagazione non è l’immagine, ma lo sguardo.

Ricordo un film di Patrice Chereau, “Intimacy”. Due amanti che si incontrano senza sapere nulla l’uno dell’altra. Due vite come tante – armonie, problemi, figli, affetti –, da cui ciascuno si sfila per quelle poche ore nella casa-rifugio che si riempie dei loro corpi in una luce vera e indimenticabile. C’è però un momento in cui, dopo l’incontro, Lui decide di uscire, e la segue, a distanza, lungo le strade, per non perderla di vista... Lei, mi sono chiesta, si sarà sentita guardata? Sentirà la consistenza di quello sguardo, come una corda d’oro del desiderio tesa sul crinale della conoscenza, ma che ancora non giudica, non controlla, non dà istruzioni? Non è proprio quello lo sguardo d’amore, The Look of Love?

Perché uno sguardo d’amore non ha niente a che fare con l’immagine, e quindi non si può fotografare, e nemmeno immortalare in un video, perché non ne resterebbe che un riflesso spento e triste: un chiodo, senza il quadro.

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