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Ho esaurito la pazienza. Finita, fino all’ultima goccia.
Non saprei spiegare meglio questa insofferenza che sento ultimamente.
Essere corrette, giusto. Essere compiacenti, sbagliato.
Essere comprensive, giusto. Giustificare tutti, sbagliato. E se faccio la parte dell’elefante nel negozio di cristalleria, ancora meglio: la festa è cominciata.
Sin da bambine ci insegnano che la pregevolezza della femminilità – quella che, per intenderci, ci distingue dai maschi e che li induce ad amarci – è saper essere accoglienti, accomodanti, comprensive e pazienti. Immancabilmente dolci e affettuose, però abbastanza forti da poter trascinare qualunque tipo di zavorra per sempre. Ci suggeriscono di essere docili – in quanto figlie, compagne e madri –, ma determinate a tenere insieme lavoro e famiglia con la tenacia di un gladiatore.
Dobbiamo essere inarrestabili per qualunque incombenza, affilate come bisturi, e tuttavia seducenti come croccanti pesche ricoperte di miele, altrimenti “i nostri cari” cercheranno conforto altrove.
E tutto questo perché?
Perché siamo donne e le donne riescono a fare tutto più in fretta e meglio.
D’accordo, ci sto. Ma pretendo esattamente lo stesso.
Io voglio essere la versione migliore di me stessa, e voglio esserlo per me stessa e per chiunque incrocerà la mia vita, ma pretendo che gli altri mi offrano la versione migliore di loro stessi.
Perciò, per equità, per tre giorni a settimana, pretendo di tornare a casa la sera, dopo una giornata di lavoro, e trovare un supporto seducente, fresco di doccia, benvestito, attraente, che mi abbia preparato la cena e che la serva in tavola con sensualità e un’abbondante dose di buonumore e simpatia.
A mia volta, ricambierò con un sorriso, e l’indomani riserverò al mio “supporto” la medesima cura, generosità e tenerezza.
Ho grande considerazione per la mia capacità di emozionarmi, di commuovermi e adoperarmi affinché chi mi circonda possa stare al meglio, ma mi rifiuto di somigliare a ciò che dovrei essere, perché mi è stato imposto da una cultura e un modo di intendere la vita e “la virtù” in cui non mi riconosco.
(Sonia F.)

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