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Cara Matilda De Angelis,
voglio scrivere a te che, giovanissima, sei già una diva: caparbia, intelligente, bella. Mia sorella ha la tua età ed è una femminista sfegatata, e così le sue amiche.
Hanno una rabbia immensa per un mondo che sembra un hunger game, un gioco al massacro dei giovani, e in particolare delle ragazze. Studiano con impegno, si laureano prima e meglio dei compagni, escono di casa giovanissime, rischiando di non arrivare a fine mese, ma rispondendo a un richiamo di libertà che sembra più forte di tutto, anche della paura di fallire. Poi però vai sul profilo Instagram, e cosa vedi?
Vedi ragazze in posa, come in un catalogo di soubrette, come pin-up ammiccanti, seduttive. Migliaia di giovanissime in vetrina, disposte a mettersi in piazza come in una esibizione canina in cui mostrare la linea impeccabile che il catalogo impone. Cosa c’è dietro quella linea? Una disciplina fisica che rasenta la mania, il controllo ossessivo del peso, l’illusione del dover essere perfette.
Se ce la fai a tenere quei ritmi, oltre lo studio, oltre il lavoro, c’è il miraggio di poter vivere, amare ed essere amata, ma ancora peggio: solo se ce la fai, ti senti degna del tuo stesso amore.
La rabbia per un patriarcato assoluto e prepotente (che nella tua esperienza misuri e denunci) è alimentata da questa alienante e continua pressione su di sé. Persino la libertà sessuale che crediamo di esercitare è avvelenata da continui fraintendimenti e pretese, e arriva stremata all’incontro con l’altro, che risulterà difficile, artefatto, un po’ fasullo.
Invece che rafforzarci, una miscela esplosiva di libertà e autocontrollo esaurisce le nostre forze, e la gioia di vivere.
Ci vorranno anni per decidere di amarsi, levarsi l’armatura, ritrovare i sorrisi, la felicità – e facilità – di essere noi stesse, quell’istinto del bene per sé.
Mi pare che tu, cara Matilda, possa contribuire con intelligenza e sensibilità a rendere chiaro ciò che per molte donne ancora appare confuso: dobbiamo aspirare a diventare la migliore versione di noi stesse, è vero, che non vuol dire fingere, recitare una parte che ci è stata affibbiata da una cultura retrograda e maschilista.
(Sonia F.)

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