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Ultimamente mi è capitato spesso di leggere, non solo su giornali scandalistici ma anche su testate assai più serie, che sempre più attrici, cantanti e modelle starebbero iniziando ad “amare le loro imperfezioni”, protestando contro l’uso dei programmi di fotoritocco per le fotografie e i film in cui appaiono.
A quanto pare, acne, rotondità, cellulite starebbero diventando non più “difetti”, ma particolarità da amare.
Eppure quello che viene sbandierato da questi articoli apparentemente progressisti è sempre la stessa esagerata concentrazione sul corpo femminile: se prima queste “imperfezioni” venivano sottolineate per essere criticate e nascoste, ora vengono esaltate e amate. Ma già nella parola resta il concetto di una “perfezione” da cui l’imperfezione, amata o odiata che sia, ci allontana: una perfezione che non può e non deve esistere.
È questo il punto di vista adottato dalla cosiddetta “body neutrality”, una posizione che va oltre la “body positivity” che ormai è entrata nella cultura comune degli scorsi anni.
Secondo la body neutrality, infatti, il corpo è semplicemente qualcosa che ci accompagna, ma che non coincide con ciò che siamo, e che dunque non va costantemente scrutinato, né per essere odiato e cambiato, né per essere accettato a tutti i costi.
Proprio perché è quasi sempre il corpo femminile a essere oggetto di costante scrutinio, l’unico modo per liberarlo non è “amare le nostre imperfezioni”, ma abbandonare in toto il concetto di perfezione e imperfezione.
Distogliere lo sguardo.
Considerarci donne, non corpi più o meno armoniosi.
L’identità femminile non necessita di glutei tonici e labbra carnose, perciò è il momento di guardarci dentro, non allo specchio.
(Sonia F.)

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