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Il femminismo si occupa dei diritti delle donne. Giusto?
Beh, non proprio.
Sin dall’inizio del movimento, ma in particolare negli ultimi trent’anni, le femministe si sono rese conto che l’ideale di donna come era stata concepita fino a quel momento – donna biologica, bianca, etero, borghese e così via – non era “esaustiva”, e che non poteva esistere femminismo senza lotta al razzismo, al classismo, all’omolesbobitransfobia.
Eppure c’è chi ancora oggi non la pensa così.
In Italia (dove ogni movimento culturale arriva con un certo ritardo) non è facile far capire che “donna” non è un concetto recintato con steccati e filo spinato, ma è un luogo che dovrebbe unire, invece di dividere.
Di recente, al Festival della letteratura di Mantova, Rebecca Solnit, tra le più celebri femministe americane, si è rifiutata di partecipare a un dibattito con una filosofa femminista italiana che poneva come problema oggettivo per il movimento femminista la crescita dei casi di transizione FtM (da femmina a maschio).
La Solnit, poche ore prima dell’incontro, ha deciso di parlare da sola, senza contraddittorio, scegliendo elegantemente di spostare il discorso, non sulla transizione sessuale, ma su come i potenti puntano da sempre a silenziare le voci di chi racconta storie scomode.
Storie di donne che vogliono amare in piena libertà.
Storie di donne nere che vivono pulendo la casa di donne bianche.
Storie di donne che decidono di affrontare la transizione di genere perché non si sono mai sentite donne.
Il femminismo è lotta all’oppressione, e chi lotta per la libertà dovrebbe volere la libertà di tutti. Dovrebbe essere semplice.
E invece non lo è.
(Stefania F.)

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