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È accaduto a maggio, in Belgio, ma è stato rivelato solo di recente, sollevando numerose polemiche.
Shanti De Corte, una ragazza di appena 23 anni, ha chiesto e ottenuto l’eutanasia. Il motivo per porre fine alla sua giovane vita era la grave depressione di cui soffriva dopo essere sopravvissuta all’attentato terroristico all’aeroporto di Bruxelles, avvenuto nel marzo del 2016 per mano dell’Isis.
Shanti era in gita scolastica con la sua classe. Alcuni compagni di scuola erano morti straziati sotto i suoi occhi e lei non si era mai ripresa dal forte shock. Ripeteva che la sua vita, ormai, era quella di un fantasma.
La domanda che ci si pone di fronte a una notizia del genere è: fino a che punto può spingersi la pietà di Stato? È giusto arrivare a troncare l’esistenza di una persona così giovane dietro sua richiesta per motivazioni pur così serie come quelle presentate alla commissione federale preposta a questo tipo di concessioni?
Si va da un estremo all’altro: il nostro Paese non riesce ad approvare una legge a favore dell’eutanasia neanche per situazioni in cui voler far proseguire la vita di un ammalato diventa un palese e crudele accanimento terapeutico.
I discorsi che si sono spesi qui da noi sulla vicenda di Shanti De Corte suonano perciò piuttosto simili alla disquisizione sul sesso degli angeli, visto che figure impegnate su questo fronte come Marco Cappato sono ancora costrette ad accompagnare in Svizzera chi voglia smettere di soffrire inutilmente, conservando la propria dignità.

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