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Nei giorni scorsi il governo turco ha abbandonato la Convenzione di Istanbul. Siglata proprio nella capitale turca nel 2011, è stata il primo strumento giuridico che obbliga gli Stati a contrastare la violenza sessuale e domestica.
Naturalmente le donne turche sono insorte, anche per le proporzioni drammatiche che il fenomeno assume in Turchia, dove non è del tutto sanata nemmeno la piaga delle mutilazioni genitali.
Ma la motivazione è la parte più interessante della ricusazione. La convenzione, infatti, è stata giudicata una “minaccia all’istituzione familiare tradizionale”.
L’affermazione suona tanto più inquietante quanto più è vera. Ma a quale famiglia si riferiscono? Una famiglia in cui bisogna subire, tacendo. Una istituzione in cui non esiste alcun diritto, se non quello di sopravvivere ubbidendo. Una logica agghiacciante, che non riguarda solo realtà distanti da noi. Basta leggere la cronaca dei nostri giorni.
C’è un’idea di famiglia che sembra uscita dalle immagini dilatate di un incubo e che invece esiste, e viene magistralmente descritta da alcuni autori, tra cui spicca per lucidità P.G. Daniel nel suo libro “I confini del male”: ventitré racconti ispirati a fatti di cronaca recenti.
Donne, bambini, anziani vittime di una famiglia divenuta la camera di compensazione nella quale si ripercuote liberamente l’aggressività, la violenza trattenuta fuori.
Una famiglia che si nutre della paura e della mutilazione emotiva dei suoi componenti, fortifica la propria struttura con la soggezione e la sopraffazione.
Patriarchi, ma anche mogli compiacenti, che fingono di non vedere, e lasciano che l’abuso si perpetui all’infinito, nel segreto delle mura di casa, mentre l’istituzione famigliare sopravvive come una creatura malata, ma inestinguibile.
P.G. Daniel nei suoi racconti non cerca vie di fuga, non offre conclusioni rassicuranti, ma ci permette di comprendere che per noi è incomprensibile, rivelando un concetto chiaro: è arduo interrompere il circolo vizioso, punire i colpevoli, disarmare una cultura del patriarcato che non può tollerare l’umanità e il rispetto, perché, in qualunque lingua lo si dica, equivalgono alla parola libertà.

 

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