Immaginate: siete un insegnante precario e dalla scuola vi hanno appena confermato l’incarico annuale.
Cosa c’è di meglio se non andare a prendere un aperitivo con gli amici per festeggiare?
È proprio quello che ha pensato Francesco, 37enne genovese, quando ha deciso di raggiungere il centro storico della città in bicicletta invece che in automobile.
“Sapevo che avrei bevuto alcol e avevo scelto di prendere la bici, quella con il cestino davanti che uso per portare i figli. Dopo l’aperitivo sono risalito in sella. Ero quasi arrivato a casa quando ho scorto una pattuglia della polizia locale. Avrei potuto girare e cambiare strada, ma sarebbe stato scorretto.”
Gli agenti lo fermano e lo sottopongono all’alcoltest: l’esito è positivo e Francesco viene multato. Una multa ben più salata di quanto ci si potrebbe aspettare: al 37enne viene ingiunto il pagamento di 1.100 euro.
I vigili aggiungono che “per il codice della strada ero un pericolo anche se fossi stato a cavallo”.
Ma non finisce qui.
Francesco viene anche condannato a 60 giorni di reclusione, poi convertiti in 130 ore di lavori socialmente utili.
Se vi state chiedendo com’è possibile che gli siano state imposte così tante ore, è presto detto: “Tra tutti quelli che stanno scontando nel circolo in cui presto servizio, ho la condanna più lunga. Eppure, c’è chi ha causato incidenti stradali e si trova nel regime più restrittivo di messa alla prova e però scontano al massimo 40 ore. Quasi un paradosso: mi è stato spiegato che il giudice mi ha assegnato molte ore, non potendo ritirarmi la patente, perché ero in bici”.
Considerata tanta asprezza, ci si aspetterebbe pure il sequestro del mezzo, invece dopo il salatissimo verbale Francesco è stato rispedito a casa… pedalando.
Questo episodio incarna alla perfezione il noto adagio: chi parte in quinta fa corsa finta.
E voi cosa ne pensate?
È giusto punire così severamente chi guida una bicicletta in stato di ebbrezza? D’altronde, come possiamo garantire che le pene siano eque e dissuasive?




