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Sono arrivate le prime linee guida per i colloqui intimi, introduzione rivoluzionaria nel sistema penitenziario a seguito di una storica sentenza della Corte costituzionale nel 2024.
La battaglia per il diritto all’affettività e alla sessualità in carcere era cominciata nel 2019, quando un detenuto aveva lamentato che la mancanza di colloqui privati con la moglie era d’ostacolo alla loro relazione.
Poche settimane fa, è arrivata la circolare del ministero della Giustizia: la frequenza e la durata saranno uguali a quelle dei colloqui ordinari, ovvero sei al mese da due ore l’uno.
I colloqui intimi avverranno all’interno di apposite stanze arredate “con letto e annessi servizi igienici”, lontane dallo sguardo degli agenti penitenziari.
Ci si aspetta da parte dei detenuti una richiesta ingente per i colloqui intimi, e siccome non ci sarà spazio per tutti, la priorità verrà data a chi non beneficia di permessi premio e a chi deve espiare pene più lunghe o si trova in carcere da più tempo.
Agli incontri potranno partecipare solo “il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona stabilmente convivente”.
E la sicurezza?
Le zone antistanti e i percorsi per accedere ai locali verranno videosorvegliati; familiari e detenuti verranno scortati e la porta non potrà mai essere chiusa dall’interno, in modo da poter intervenire in caso di bisogno.
I poliziotti potranno effettuare perquisizioni sulle persone se sospettano la presenza di oggetti non consentiti, e ispezioneranno gli ambienti prima e dopo ogni colloquio.
Le pulizie verranno affidate a detenuti ammessi al cosiddetto lavoro esterno, che non hanno contatti con il resto dei carcerati.
Questa introduzione richiederà di certo molto impegno da parte di tutti, ma è un tassello fondamentale verso il riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo.
Non si tratta di concedere un privilegio ai detenuti, bensì di lavorare a un sistema penitenziario più umano e riabilitativo.
In un paese come l’Italia, dove la sofferenza psicologica in carcere si manifesta con un tasso di suicidi allarmante, riconoscere e coltivare la dimensione affettiva e relazionale dei detenuti è un imperativo etico e sociale.

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