L’estate volge al termine e le strade delle località turistiche iniziano a svuotarsi.
Di fronte all’ennesima stagione di cosiddetto “overtourism” (iperturismo) non possiamo fare altro che constatare gli effetti devastanti delle piattaforme di affitto breve (come Airbnb) sulle città italiane.
Prendiamo proprio Airbnb come esempio: quando nacque, si trattava di un interessante fenomeno di economia collaborativa attraverso cui i proprietari affittavano una stanza, o al massimo la loro seconda casa.
Oggi, però, Airbnb è diventato un colosso imprenditoriale in mano a gestori professionisti che controllano decine di appartamenti contemporaneamente.
Sono loro che oggi beneficiano della maggior parte dei guadagni generati da Airbnb: anche in questo settore stiamo assistendo a una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Ma il problema è ramificato: la pratica degli affitti brevi è a tutti gli effetti una macchina del profitto che svuota i centri abitati dai residenti che vorrebbero viverci.
I proprietari di casa, attratti dalla rendita veloce, ingiungono agli inquilini di lasciare le loro abitazioni, così da riconvertirle ad alloggi turistici.
L’effetto? Quartieri svuotati, affitti inaccessibili, famiglie disperate, giovani e lavoratori costretti a viaggiare per lavorare, tessuto sociale disintegrato.
Pensate che il politecnico di Torino, in un report, ha evidenziato che tra il 2017 e il 2024 il numero di alloggi disponibili sulla piattaforma è aumentato del 52%: una percentuale enorme sottratta a chi le città vorrebbe viverle tutto l’anno.
Il diritto all’abitare, così, viene sacrificato all’altare del turismo low-cost e delle rendite speculative.
Serve una presa di posizione politica e culturale che metta in discussione un modello che, dietro la facciata dell’innovazione, genera disuguaglianze, svuota le città e acutizza la povertà delle persone.
Intanto, ognuno di noi può lanciare un segnale scegliendo alternative più sostenibili: scambio di case, ospitalità diffusa e alberghi.




