Con l’avvio dell’anno scolastico è entrato in vigore il divieto di utilizzare in classe i cellulari, anche a scopo didattico, e tutti gli altri dispositivi (tablet e pc) se impiegati per uso personale.
Lo ha stabilito a giugno una circolare ministeriale e le scuole hanno dovuto rivedere i loro regolamenti interni: alcune hanno esteso il divieto ai docenti e al personale ATA (il personale tecnico, amministrativo e ausiliario che lavora nelle scuole statali), altre no.
Le reazioni a questo provvedimento sono state differenti: c’è chi è soddisfatto delle nuove norme e delle sanzioni previste, e chi invece pensa che divieti e punizioni non siano la soluzione.
È vero che l’uso del cellulare in classe distrae continuamente i ragazzi e alimenta il rischio di dipendenza e assuefazione che molti hanno già sviluppato.
Ed è vero che la scuola ha la responsabilità di educare gli studenti al rispetto delle regole e dei divieti, così che possano, nel clima protetto e controllato delle classi, imparare a confrontarsi con le norme della società e con le dinamiche della collettività – requisiti fondamentali per la vita adulta.
D’altra parte, però, i cellulari e i social sono ormai stati affiancati (se non superati) dall’intelligenza artificiale nel continuo avanzamento tecnologico. E più che vietare o punire sarebbe importante educare i ragazzi al mondo digitale: per comprenderne i contenuti e analizzarne i rischi mantenendo una distanza sana che impedisca di sviluppare coinvolgimenti tossici e dipendenze.
Con queste regole potrebbe perdersi l’occasione di formare in modo intelligente le nuove generazioni, imponendo sanzioni e divieti che nel mondo adulto, peraltro, non trovano corrispettivi.
Infatti, più dei ragazzi, sarà interessante vedere se gli insegnanti riusciranno a resistere senza cellulare durante le ore scolastiche…




