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“Ricordiamoci di Ligabue anche quando incontriamo un clochard che disegna una madonnina. Ricordiamoci del valore di ogni uomo e difendiamolo in ogni modo”, così Elio Germano ha commentato, alla recente premiazione per i David di Donatello, il trionfo suo e del bel film di Giorgio Diritti “Volevo nascondermi”, dedicato al pittore Ligabue, che ci emoziona ancora oggi con la potenza espressiva della sua arte.
Diritti ha sempre dimostrato la capacità di affrontare storie complicate (anche molto complicate) con un racconto visuale limpido, quasi lineare, e poche parole, solo quelle che servono.
Una missione impossibile che si realizza davanti ai nostri occhi per raccontare la storia di Antonio Ligabue, che se fosse vissuto ai nostri giorni sarebbe probabilmente in una comunità di recupero come grave disabile psichico o comunque vittima della umanità di oggi.
Viene spontaneo paragonare la vicenda drammatica di Ligabue ad alcuni dei personaggi raccontati da P.G. Daniel ne “I confini del male”, anch’essi realmente esistiti, vittime di quella violenza gratuita che il libro racconta senza retorica, ma con uno stile quasi scientifico nella descrizione e nella capacità di riportare il punto di vista delle vittime e dei carnefici.
L’autore ritrae una prepotenza resa possibile dall’eclissarsi della comunità, dalla latitanza di quella umanità prossima che preferisce fingere di non sapere, guardare con la coda dell’occhio affinché la coscienza possa scordare in fretta.
Fra la situazione di Ligabue e i protagonisti dei “Confini del male” c’è una differenza sola, enorme: chi hanno intorno. Lì la comunità del paese accoglie la diversità del pittore, gli permette di vivere a modo suo, lascia che i suoi talenti si manifestino.
La comunità contemporanea descritta da P.G. Daniel è invece totalmente complice di quella violenza gratuita, perpetuata con costanza, che non si tenta neppure di arginare.
Cosa è successo in questi settant’anni che ci separano dalla biografia di Ligabue? Cosa ne è stato di quella Italia? “I confini del male” sembra domandarlo in ogni pagina, senza fornire risposte né opporre facili virtù: le storie sono cronaca, sono il Paese reale.

 

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